martedì 30 luglio 2019

L'Occidente può rinnovarsi?

In Oregon, una mamma di 34 anni colpisce ripetutamente suo figlio di 6 anni con un coltello da macellaio. Sanguinando profusamente il bambino corre nella casa dei vicini urlando “Mia mamma mi sta uccidendo!”. La polizia arrivando trova la mamma interamente coperta di sangue, giacendo nel letto con il suo bimbo di 14 mesi. Non si era neppure preoccupata di pulire il coltello dal sangue. “Se l’è meritata” racconta ai poliziotti.

Dov’era il padre?

Ho esaminato diversi articoli di giornale e nessuno di essi ha speso una sola parola riguardo il padre. Sarà stato forse perché l’intellighenzia postmoderna considera il padre irrilevante per una famiglia? Per almeno due decenni l’elite culturale occidentale ha celebrato la madre non sposata: “Che figata, la famosa xyz è rimasta incinta al di fuori del matrimonio.”

Che cos’è un padre, allora?

Per gli intellettuali postmoderni, un padre è un maschio che ingravida una femmina. È la biologia, secondo loro, a definire la paternità.

Perché?

Perché gli intellettuali raramente vengono a sapere che [quasi] tutti [di sicuro non l’italiano N.d.T] i moderni linguaggi letterari, tanto in Europa quanto in India furono il prodotto dei traduttori della Bibbia. Per secoli è stata la Bibbia a definire il padre. Uno studente può benissimo non aver letto la Bibbia, ma ha sicuramente sentito recitare, e fors’anche imparato a memoria il “Padre Nostro”: Padre Nostro che sei nei cieli.

Quella preghiera insegnava che è il padre a provvedere del “nostro pane quotidiano”. Il pane del bimbo accoltellato proveniva invece dallo stato.

Il Padre perdona il nostro peccato, ma le preoccupazioni della vita avevano così esasperato la mamma single da averle fatto esaurire le risorse interiori per perdonare il bambino.

A quanto pare la mamma non aveva mai insegnato al bimbo la preghiera: “Non indurmi in tentazione [con buona pace di Papa Ciccio, NdT], ma liberami dal maligno” e non poteva pertanto “perdonare i suoi falli”, come il “Padre Celeste perdona”.

Rembrandt Il Ritorno del Figliol Prodigo

La mamma non aveva probabilmente mai ammirato il capolavoro di Rembrandt “Il ritorno del figliol prodigo”, completato poco prima della morte dell’artista nel 1669. Non avrebbe comunque potuto comprendere questo classico della civiltà occidentale senza conoscere la Bibbia.

Nessun storico dell’arte può comprendere l’arte Occidentale, nessun musicista può capire la musica classica, e nessun professore può comprendere linguaggi come l’Inglese, l’Olandese o il Tedesco senza comprendere la Bibbia. Perché è stata la Bibbia a dare il significato a parole come Padre.

Dio disse ad Abramo che egli sarebbe diventato una grande nazione. Come? Non ingravidando molte donne, ma insegnando ai suoi figli la Sapienza, la Giustizia e la Rettitudine di Dio. Essere un padre significa nutrire i figli tanto fisicamente quanto spiritualmente, insegnando loro la bontà, la bellezza e la verità.

Anche se il padre e la madre biologici del bambino avevano fatto l’amore essi non conoscevano affatto il significato della parola “amore”. La loro cultura biblicamente analfabeta gli ha raccontato che “amore” non è altro che chimica, è il nome dato a certe reazioni che in qualche modo avvengono nei nostri corpi. Sfortunatamente in quel giorno particolare, la chimica corporale della madre ha innescato delle reazioni sovraccaricate che noi chiamiamo ira e odio. Forse nessuno le aveva insegnato (o insegnato al padre del bambino) che il vero amore era una questione dello spirito. Un frutto dello Spirito Santo prodotto nel nostro spirito.

Quel ragazzino è una sfortunata vittima di una cultura intellettuale che non sa più cosa vuol dire matrimonio o famiglia, maschio e femmina, persona umana o l’inalienabile diritto alla vita. Una cultura che avrebbe volentieri pagato un chirurgo per ucciderlo nel grembo di sua madre, che invece potrà ora finire in carcere. E perché poi? Perché i tribunali sono ancora legati all’arcaica idea biblica che uccidere un bambino indesiderato al di fuori del grembo materno è sbagliato, perché il figlio non è un animale, ed è più sacro di una vacca.

Senza la Bibbia l’Occidente non sa più distinguere il proprio prossimo. Il “prossimo” è colui che odia la gente che parla un differente linguaggio. Le guerre culturali contemporanee non possono essere risolte perché la persona postmoderna non può accordarsi sul significato di parole come tolleranza e diritti, nazione e nazionalismo, confini e compassione, giustizia e diritti, sé e persona, storia e racconto. Per secoli, è stata la Bibbia a definire tali termini. Essa è stata il fondamento, l’anima della moderna civilizzazione.

La Letteratura, come sottolineato sopra, è l’anima di una nazione perché custodisce il segreto dell’identità e della storia di un popolo. È la forza trainante del destino creativo di una nazione. La corruzione del linguaggio conduce alla distruzione di un popolo.

Il Prof. Eugen Rossenstock-Huessy era un soldato tedesco che combattè contro l’America nella Prima Guerra Mondiale. Ma in seguito divenne professore all’Università di Harvard e al College di Detmold. Egli evidenziò come la distruzione della Germania durante il dominio di Hitler aveva seguito la distruzione della lingua tedesca. E oggi la lingua inglese sta seguendo una traiettoria simile. Huessy avvertì:

“Quella per l’esistenza è una lotta intestina al corpo sociale del linguaggio e conosce altrettanti successi quante sono le sconfitte. La distruzione della lingua tedesca tra il 1933 e il 1939 è, io ritengo, uno dei più rapidi e più radicali eventi di tutti i tempi nel campo della mente e della lingua parlata. Ed essendone stati testimoni oculari non possiamo separare il collasso linguistico o spirituale da quello sociale. Il linguaggio, la logica, la letteratura… segnano il fato di una società, e non solo esprimono ogni cambiamento politico, di fatto incarnano quel cambiamento”.

La lingua tedesca venne creata dalla traduzione della Bibbia. Il Tedesco Biblico divenne il linguaggio del pulpito, della scuola, dell’università, della stampa, della letteratura e dell’amministrazione pubblica. Per questo la Bibbia plasmò la visione del mondo tedesca. Il punto del professor Huessy è che una volta che la lingua tedesca fu separata dalla sua fonte, la Bibbia, gli orrori della Seconda Guerra Mondiale seguirono inevitabilmente.

La traduzione della Bibbia in Tedesco rappresentò il compimento di un’impresa culturale totalizzante. Essa infuse la Germania di nuove idee, l’uomo comune poteva ora comprendere la visione del mondo e della vita veicolata dal linguaggio biblico. E gli specialisti potevano usare lo stesso linguaggio per la scienza, la politica, l’amministrazione e la fine letteratura, non dovevano più imparare il Latino. Il linguaggio permise a scrittori come Johann Wolfgang von Goethe (1749–1832) di presentare la visione del mondo della Bibbia a ogni tedesco, senza però citare espressamente la Bibbia.

“Nel suo più grande poema politico, Ilmenau, Goethe, il poeta tedesco più universale, tradusse le speranze di Lutero in linguaggio laico”

La traduzione della Bibbia, la chiave tedesca per la riforma di intere nazioni, cominciò a essere copiata da altre nazioni. La traduzione della Bibbia nei linguaggi vernacolari sospinse l’Europa molto più avanti dell’Asia e dell’Africa. Stimolò l’avvento di quella che la filologia Tedesca definì la “Letteratura Nazionale” (J. G. Herder). La transizione dal latino delle élite al linguaggio del cuore del popolo trasformò l’epoca medievale in quella moderna.

Il professor Huessy ben osservò le conseguenze della separazione del Verbo di Dio dalla letteratura degli uomini: la recisione delle radici di un albero rigoglioso.

“Guardando dall’alto in basso l’epoca della rivelazione, noi ci troviamo ora al sicuro a bordo dell’epoca della velazione: le parole degradate al livello più infimo”

Gli intellettuali occidentali hanno segato il ramo su cui erano seduti.

Nel 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, George Orwell usava parole differenti per descrivere la situazione osservata da Huessy:

“Leggendo quel brillante e allo stesso tempo deprimente libro di Malcolm Muggeridge, The Thirties, 1930-1940 in Great Britain, mi tornò in mente un particolarmente odioso giochino che una volta feci con una vespa. L’insetto stava succhiando della marmellata sul mio piatto quando a un certo punto la tagliai a metà. La vespa non ci fece particolare attenzione, e tranquillamente continuò il suo pasto, mentre un piccolissimo rivolo di marmellata fuoriusciva dal suo esofago reciso. Fu solo quando tentò di volare via che realizzò l’orribile fato in cui era incorsa. È lo stesso con l’uomo moderno. Quello che gli è stato tagliato via è la sua anima, e c’è stato un periodo, forse di vent’anni, durante il quale non si è accorto di nulla”
“...c’è stato un lungo periodo durante il quale praticamente ogni uomo pensante era in un certo senso un ribelle, di solito un ribelle piuttosto irresponsabile. La Letteratura era prevalentemente tesa alla rivolta o alla disintegrazione. Gibbon, Voltaire, Rousseau, Shelley, Byron, Dickens, Stendhal, Samuel Butler, Ibsen, Zola, Flaubert, Shaw, Joyce, tutti loro in un modo o nell’altro sono stati distruttori, sabotatori, vandali. Per duecento anni abbiamo segato, e segato e segato il ramo dove eravamo seduti. E poi, in un modo più repentino e imprevibile di quanto si credesse, i nostri sforzi hanno avuto successo e siamo finalmente venuti giù. Sfortunatamente però è stato commesso un piccolo errore. Quel che ci aspettava in fondo non era proprio un letto di rose, ma una cloaca piena di filo spinato. È come se nel giro di dieci anni fossimo scivolati indietro verso l’Età della Pietra”

Il solo modo per rinnovare l’Occidente è far rivivere la sua anima.

Tratto da uno stralcio online del libro, This Book Changed Everything. di Vishal Mangalwadi. La Bibliografia purtroppo non era compresa


Vishal Mangalwadi è autore dei libri Il libro che ha costruito il tuo mondo e This Book Changed Everything: The Bible’s Amazing Impact on Our World 

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lunedì 31 dicembre 2018

(Era) Il segreto della grandezza dell'Inghilterra

di Paolo Castellina

"Il segreto della grandezza dell'Inghilterra" è un dipinto di Thomas Jones Barker del 1850 esposto alla Galleria Nazionale dei Ritratti" di Londra, che rappresenta la Regina Vittoria mentre dona una copia della Bibbia ad un ambasciatore dell'Africa Orientale nella Camera delle udienze di Windsor.

Si racconta che, quando nel 1850 fu  chiesto da un delegato diplomatico alla Regina in che modo la Gran Bretagna fosse diventata così potente nel mondo, la Regina rispose che il segreto consisteva non nel numero delle sue  flotte, o dei suoi eserciti, non nei suoi estesi commerci, non nei dettagli della sua inesauribile ricchezza, ma nella Bibbia. "Dite al principe che questo è il segreto della grandezza dell'Inghilterra". È quanto riporta il numero più recente della "Trinitarian Bible Society" (Ottobre-Dicembre 2018), che scrive:

Tristemente, una tale deferenza per il Verbo di Dio oggi è molto rara non solo nel Regno Unito ma praticamente in ogni parte del mondo. Per quanto questa sia la realtà oggi, rimane il fatto che la grandezza di ogni nazione è strettamente legata alla magnificenza di questo Libro. Questo Divino Volume è il Verbo vivente e potente del Grande Iddio. La contemporanea mancanza di considerazione dell'uomo per la Bibbia come Verbo di Dio riflette molto bene il suo rigetto pressoché totale dell'Iddio Onnipotente.
Tristemente, questa accesa ostilità verso Dio e la Sua verità, così prevalente nelle nostre nazioni, ha avuto un effetto significativo sulla chiesa professante e sui cristiani individualmente, mentre l'ordine sociale viene sovvertito e il male è chiamato bene ed il bene male (vedi Isaia 5:20).

Questo post, naturalmente farà infuriare molti "moderni" e farci rivolgere ogni sorta di insulti, ma, che piaccia o non piaccia, il principio biblico rimane vero e lo trascuriamo solo a nostro danno.

E' sempre "Tempo di Riforma".

martedì 17 luglio 2018

LA TEOLOGIA DEL FEDERALISMO

Le aspirazioni all'autonomia ed alla cooperazione federalista non possono essere realizzate senza una profonda riforma culturale di paesi come il nostro ancora troppo intrisi di cultura gerarchica, delegante, individualista o collettivista che sia. Le radici del federalismo affondano nella fede biblica e protestante tanto che senza una conversione ad essa, un autentico federalismo è impossibile. Ne parla Leonardo De Chirico, nel numero 59 di Studi di Teologia dedicato alle Ricchezze della teologia dell'alleanza (Padova, 1° semestre 2018). Nell'interessante articolo dal titolo La raggiera culturale della teologia dell'alleanza, dopo aver rilevato come la teologia dell'alleanza sia "la spina dorsale di tutta la rivelazione biblica" De Chirico riflette sulle implicazioni di questa teologia, fra cui quelle politiche nel paragrafo intitolato "Dalla teologia federale al federalismo politico". Riprendo alcune sue argomentazioni che ci danno molto su cui riflettere:

"La ricchezza della teologia dell’alleanza travalica il confine delle relazioni interpersonali, sociali ed ecclesiali. Essa ha anche stimolato il ripensamento dell’architettura istituzionale dello stato. Si capisce allora che il tema del patto non è solo ispiratore di una soteriologia o di un’ermeneutica biblica o di una ecclesiologia particolare. Nelle sue ricadute culturali e pubbliche, è una matrice portatrice di una creatività e di una applicabilità trasversale.

Storicamente, si può sostenere che il federalismo moderno come noi lo conosciamo sia stato elaborato e sperimentato all’interno di una cultura europea e americana profondamente intrisa di protestantesimo. II federalismo moderno è nato con la teologia riformata di Johannes Althusius (1557-1638). Questo non è un dato privo di significato. Il federalismo moderno viene ideato in una cornice religiosa evangelica. Il protestantesimo ha per così dire fornito gli strumenti concettuali e ha costituito l’universo dei valori di riferimento per il suo sviluppo. Tutto ciò ha fatto sì che il protestantesimo sia di fatto diventato la matrice culturale del federalismo. Non l’unica certamente, ma comunque determinante. Questo non è vero solo per quanto riguarda le origini del pensiero federalista, ma anche per quanto riguarda la sua traduzione istituzionale. Il federalismo ha attecchito e funzionato nei paesi di tradizione protestante o comunque con una massiccia presenza protestante. Ancora oggi, quali sono i principali stati ad assetto federale se non alcuni paesi fortemente impregnati di cultura protestante?

Se il discorso sul binomio federalismo-protestantesimo è plausibile, come è possibile parlare di federalismo e soprattutto attuare il federalismo in Italia quando la nostra cultura è stata refrattaria al protestantesimo? Come possiamo attuare riforme in senso federalista se nei nostri geni culturali il cattolicesimo non ha instillato valori come quelli di patto, di libertà, di responsabilità bensì quelli di mediazione che esautora la responsabilità, di delega in bianco e di autoritarismo ecclesiastico? Con questo si vuol suggerire che non basta lottare per una costituzione vagamente federale per avere il federalismo. Senza una cultura giuridica, politica, sociale capace di nutrire il federalismo, una riforma costituzionale in senso federale non servirebbe granché. Sarebbe come avere una bella macchina senza saperla guidare.

Non si può innestare artificialmente il federalismo su una piattaforma che lo respinge culturalmente in quanto ancora impregnata di cultura gerarchica, delegante, individualista o collettivista che sia. Sarebbe un’operazione surrettizia e inconcludente. Ci vuole una cultura diversa, una cultura in grado di reggere il federalismo.

Allora è possibile affermare che la via di avvicinamento al federalismo in Italia ha una strada obbligata, e cioè la scoperta di categorie ideali e valoriali nuove e diverse da quelle che la nostra cultura cattolica ci ha trasmesso. Per il federalismo, l’armamentario culturale italiano è inadeguato, nel suo assetto attuale. Per superare il deficit della nostra cultura cattolica, non bastano nemmeno le istanze autonomiste/localistiche o la protesta anti-centralista o il qualunquismo populista che contesta gli abusi e i soprusi: ci vuole qualcosa di qualitativamente diverso. Per fare il federalismo, bisogna appropriarsi di strumenti che la cultura protestante ha nel tempo affinato: patto trasparente, libertà rendicontabile, responsabilità diffusa, autonomia della comunità locale. Questa è la grande scommessa del federalismo in Italia. La prima, vera riforma necessaria è una riforma spirituale e culturale. Le scorciatoie non portano da nessuna parte. Un discorso analogo vale anche per l’architettura istituzionale dell’Europa".

Tratto dal blog di Paolo Castellina

mercoledì 4 luglio 2018

LA VERITÀ, IL FONDAMENTO DELLA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA AMERICANA

Di Vishal Mangalwadi

L’America è diventata il faro mondiale della libertà perché i suoi fondatori avevano fatto della Verità la loro autorità suprema. Nella bozza originale della Dichiarazione di Indipendenza (1776), Thomas Jefferson scrisse:

“Noi riteniamo che sono sacre e incontestabili queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”

Le parole di Jefferson riflettono l’allora consenso intellettuale americano di come il racconto biblico della creazione implichi pari dignità e diritti per ogni essere umano. Questo consenso aveva iniziato a prendere forma quando George Whitefield, il famoso evangelista e rispettato revivalista, aveva iniziato a predicare ai negri. Nel 1740, aveva cominciato a scrivere per spiegare il motivo per cui per la Bibbia i negri sono preziosi al Salvatore proprio come ogni altra persona bianca.

Aver stabilito l’uguaglianza umana come un dogma fondamentale del suo credo ha consentito l’America di onorare, almeno in linea di principio anche se non sempre in pratica, la dignità di ogni essere umano creato da Dio a propria “somiglianza”. La Dichiarazione divenne un patto che sanciva che gli emarginati non sarebbero stati calpestati dai potenti.

Purtroppo durante la redazione della Dichiarazione fu piantato anche il seme dell’attuale declino intellettuale e morale dell’America.

Sotto la pressione di alcuni scettici, la parola scelta da Jefferson “sacre” (cioè rivelate nella Sacra Scrittura) venne mutata in “di per sé evidenti”, come se le grandi idee liberatrici di dignità umana, uguaglianza e diritti umani non fossero state rivelate da Dio, ma derivassero dal “Senso Comune” dell’uomo.

Il Senso Comune era un mito epistemologico inventato dal filosofo scozzese Thomas Reid, e diffuso in America da Thomas Paine. A poco a poco, il mito ha condotto alla protervia laicista che l’uomo potesse conoscere la verità senza rivelazione e, di conseguenza, ciò che non è scoperto dalla ragione umana non può essere vero. Nonostante tale arroganza filosofica, i presidenti americani e monarchi britannici mettevano una mano sulla Bibbia all’atto del loro giuramento di insediamento, perché la civiltà occidentale ha continuato a ricavare i suoi presupposti e valori fondamentali da rivelazione di Dio. Per decenni l’Occidente ha vissuto degli avanzi del passato. Ora che anche quei bocconcini sono diventati difficili da trovare, una carestia intellettuale e morale sta oggi avanzando. Il mondo intero (tranne le élite occidentali) può vedere che il re è nudo.

Ora, però, l’Occidente ha amputato la sua anima, tra cui la Verità rivelata che l’uomo è stato creato con la peculiare dignità di essere a somiglianza di Dio. Il passaggio dalla creazione all’evoluzione, per esempio, ha distrutto ogni base razionale per affermare che l’uomo è qualitativamente diverso dagli animali – che ogni persona è dotata di diritti che non sono costrutti sociali, ma “inerenti e inalienabili”.

Senza Verità, non ci sono oggi motivi per sostenere neanche l’idea di libertà. Senza Rivelazione, l’America non ha nessun modo per stabilire il governo come strumento di giustizia. Ci sono valide ragioni per temere che la voce del popolo sarà sempre più la voce del diavolo e le che forze dello stato diventeranno oppressive mercenarie dell’avidità umana. Non è più azzardato chiedersi: “Diventerà l’America, la nazione più protestante del mondo, un terrore per il mondo nello stesso modo in cui la Germania, la prima nazione protestante, lo è stata nel ventesimo secolo?”Man mano che l’unica superpotenza del mondo procede verso la propria bancarotta e depriva il suo popolo di quelle verità e virtù che l’hanno resa forte e di successo, il mondo ha buone ragioni per farsi prendere dal panico.


Vishal Mangalwadi è autore dei libri Il libro che ha costruito il tuo mondo e This Book Changed Everything: The Bible’s Amazing Impact on Our World 

 Altri articoli di Mangalwadi:

Le nazioni possono essere riformate?

Perché in Occidente c'è ancora meno corruzione che nel resto del mondo

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mercoledì 4 aprile 2018

Martin Luther King sull'omosessualità

Esattamente cinquant'anni fa, il 4 aprile 1968, veniva assassinato Martin Luther King, l'eroe dei diritti civili.
In questo video scopriamo cosa ne pensasse dei "diritti" dei gay.
Il brano è tratto dal documentario online Is Gay Ok 10 Things Everyone Needs to Know di Larry Tomczak.

domenica 24 dicembre 2017

Cosa stava facendo in realtà Charles Dickens quando scrisse Il Canto di Natale?

dal blog di Jerry Bowyer

«E visto che me lo chiedete, signori, ecco la mia risposta. Io non festeggio il Natale e non posso permettermi il lusso di fornire ai fannulloni i mezzi per festeggiarlo. Io dò il mio contributo alle istituzioni che ho citato: costano già abbastanza; e chi si trova in miseria faccia ricorso a quelle.»«Molti non sono in condizione di farlo, e molti preferirebbero piuttosto la morte.» «In tal caso, si accomodino, così diminuirebbe l’eccesso di popolazione.»

È stata questa frase - l’eccesso di popolazione – a mettermi la pulce nell'orecchio sulle idee filosofiche di Charles Dickens. Qui egli prende di mira il padre della filosofia della “crescita zero”, Thomas Malthus, le cui idee erano ancora di voga al tempo della stesura del Canto di Natale. Malthus stesso aveva raggiunto l'”eccesso di popolazione” solo nove anni prima, ma le sue idee hanno resistito all'incedere del tempo.

Ma cosa stava facendo in realtà Charles Dickens quando scrisse Canto di Natale? Risposta: stava dando il suo contributo al dibattito economico centrale della sua epoca, quello che infuriava tra Thomas Malthus e uno dei discepoli di Adam Smith.

Come è noto Malthus sosteneva che in un mondo nel quale le economie crescono in progressione aritmetica mentre la popolazione cresce in progressione geometrica ne risulterà inevitabilmente una povertà diffusa.

Il suo Saggio sui principi della popolazione creò una scuola di pensiero che continua fino ad oggi sotto l'egida della Crescita Zero della Popolazione e della Sostenibilità. La minaccia di una “bomba demografica” sotto la quale è vissuta la mia generazione non è stata altro che la moderna rielaborazione da parte di Paul R. Ehrlich dell'argomento Malthusiano riguardo l'incapacità della produzione di stare al passo con la crescita della popolazione, e quindi tanto meno di superarla.

Jean Baptiste Say, il discepolo più influente di Adam Smith, in linea con il suo mèntore, argomentava invece in senso contrario, sostenendo che i guadagni da una crescita globale della popolazione si diffondono in nuovi inesplorati territori di commercio, e innescano ulteriori proventi dalla divisione del lavoro che vanno ben oltre quelli mai pensati possibili prima dell'avvento dell'ordine di mercato.

E quali idee Charles Dickens mette sulle labbra del suo antagonista Ebenezer Scrooge?

«Non esistono prigioni?» domandò Scrooge...
«... molti preferirebbero piuttosto la morte.»
«In tal caso, si accomodino, così diminuirebbe l’eccesso di popolazione.»

Molto interessante. Più avanti nella storia, lo Spirito del Natale Presente ricorda a Scrooge le sue precedenti parole, e riguardo a Tiny Tim aggiunge:

«Dopo tutto, se deve morire, è meglio che sia così, no? diminuirà la popolazione superflua.»
Scrooge abbassò il capo nell’udire le proprie parole citate dallo Spirito, e fu sopraffatto dal rimorso e dal dolore.
«Uomo,» disse lo Spettro, «se di uomo è il tuo cuore e non di pietra, cessa questo tuo tristo linguaggio, finché non saprai cos’è il superfluo e dov’è. Oseresti tu forse decidere quali uomini debbano vivere, e quali morire? Può darsi che agli occhi del cielo, tu sia più indegno di vivere che non milioni di creature simili al bimbo di quel pover’uomo. Oh Dio! udire l’insetto sulla foglia dichiarare che c’è troppa vita fra i suoi fratelli affamati nella polvere!»

Interessante pure il fatto che Ehrlich non fosse un economista, né un agronomo e tantomeno un demografo, ma piuttosto un entomologo, un esperto di biologia degli insetti. E il Malthusianesimo è in ultima analisi la filosofia del termitaio, dell'uomo come sciame famelico piuttosto che come angelo nobilitante.

Lo Spirito del Natale Presente è la chiave per comprendere la filosofia politica ed economica di Dickens. Lo Spirito è il simbolo dell'abbondanza, e infatti tiene in mano una cornucopia, abbondantemente ricolma di ogni bene. Anche se porta un fodero al suo fianco, in esso non vi è la spada ed appare liso e trascurato. Pace e abbondanza, quindi.

Quando Scrooge gli chiede quanti fratelli abbia, lo Spirito risponde: «Più di milleottocento», e quando Scrooge dichiara «Una bella famiglia da mantenere!», lo Spirito si alza arrabbiato. E in seguito dove conduce Scrooge? Al dipartimento di Economia dell'Università? Alla Casa del Popolo socialista? No, lo accompagna al mercato, mostrandogliene l'abbondanza, specialmente i frutti (anche in senso letterale) del commercio estero.

«C’erano grossi cesti di castagne, rotondi, panciuti, simili agli ampi panciotti di allegri attempati gentiluomini che ciondolano davanti all’uscio di casa prima di riversarsi nella strada con la loro apoplettica opulenza. Cipolle di Spagna rubiconde, brune, panciute, lustre nella loro matura corpulenza di frati spagnoli... C’erano pere e mele, ammucchiate in alte piramidi splendenti; mucchi di grappoli d’uva che la generosità del negoziante aveva appesi a ganci bene in vista... montagne di nocciuole, muscose e brune.. mele rosse di Norfolk, paffute e scure, che mettevano in risalto il giallo degli aranci e dei limoni e che, nella grande compattezza delle loro succose persone, chiedevano e supplicavano di essere portate a casa in sacchetti di carta e mangiate dopo cena.»

Cipolle dalla Spagna, grappoli d'uva dal Mediterraneo, e agrumi dalle regioni equatoriali, Come si potrebbe altrimenti mangiare delle arance d'inverno in Inghilterra? Quando la festa natalizia volge al termine i poveri Cratchit mangiano, guarda caso, delle arance. E come avrebbero potuto dei poveri permettersele se non grazie al commercio internazionale?

Indubbiamente Natale Presente e il suo creatore, Mister Dickens, assieme al suo maestro Mister Say sono veri discepoli di Adam Smith.

Ironicamente, tutto questo aveva reso Scrooge un uomo molto meno prospero di quello che avrebbe potuto essere. Egli era uno spilorcio, non un impresario, perché la sua era una filosofia economica da pitocco, non da imprenditore.

Guardate al mèntore di Scrooge, Fezziwig, che invece aveva due apprendisti e dozzine di impiegati. Al contrario Scrooge, anche da anziano, non aveva apprendisti e un solo impiegato, poco competente e malpagato. Dove era l'ambizione di Scrooge? Dov'era il suo piano di espansione?

Si racconta in giro che Michael Dell abbia cominciato il suo sogno con una visione di un grande edificio pieno di impiegati, e con una bandiera su un'asta posta all'esterno. Ma Scrooge non aveva neanche aggiornato la sua insegna “Scrooge e Marley” ancora dopo sette anni dalla morte del suo socio in affari, preferendo lasciare alla ruggine il compito di cancellarne il nome. Qual è l'imprenditore che pensa in questo modo? “Scrooge e Marley” era fondamentalmente una microscopica “agenzia di recupero crediti”, il cui proprietario neanche appare nella lista dei 15 più ricchi personaggi della finzione

Quando Fred, il nipote di Scrooge, incalza lo zio per rivelargli la causa della loro alienazione, Scrooge esclama: «Perché diavolo ti sei sposato?» Lungi dall'essere un tentativo di cambiare discorso, è invece un altro frutto amaro della filosofia anti-natale del vecchio arpagone. Nessuna sorpresa, quindi, se dopo la sua conversione Scrooge passa il giorno di Natale con la famiglia di suo nipote e osserva compiaciuto Topper corteggiare la “sorella grassottella” della moglie di Fred.

Se Scrooge ha delle moderne controparti, queste andranno con ogni probabilità trovate tra quei nefasti, autocastranti minimizzatori dell'“impronta carbonica”, invece che tra gli imprenditori dell'economia dell'offerta. Chi, dopotutto, poteva vantare minime emissioni di CO2, più dell'uomo che cercava di riscaldare il suo ufficio con un solo pezzo di carbone?

La domanda da porsi è: come poteva essere così confusa l'economia di Scrooge? La risposta è che questo personaggio di fantasia doveva essere cresciuto durante gli “anni delle vacche magre” della storia britannica, prima che fossero attuati i tagli alle tasse secondo l'Economia dell'Offerta di Adam Smith. Ma anche da adulto, Scrooge, pur vivendo in un'epoca di crescente commercio globale e dirompente crescita economica, conservava ancora la mentalità della stagnazione degli anni di magra, nonostante si trovasse negli “anni delle vacche grasse” , presso l'estremità prospera della curva di Laffer.

Le citazioni sono da Il Canto di Natale, traduzione di Alberto Rossatti, edizioni Il Narratore


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Le Lezioni Economiche di Betlemme

di Llewellyn H. Rockwell, Jr.

Al cuore della vicenda Natalizia troviamo alcune importanti lezioni riguardo la libera impresa, il governo e il ruolo della ricchezza in una società.

Cominciamo con una delle frasi più famose: “Non c'era posto per loro nell'albergo”. Questa frase viene spesso citata a sproposito come un crudele e spietato rifiuto verso gli stanchi viaggiatori, Giuseppe e Maria. Alcune rivisitazioni della storia mettono su immagini della coppia che va di albergo in albergo solo per sentirsi sbraitare dal gestore di andarsene con a seguire uno sbattere di porta.

Ma la realtà è che gli alberghi erano strapieni in tutta la Terra Santa, a causa del decreto dell'Imperatore Romano che imponeva che ogni suddito doveva esser censito e tassato1. Gli alberghi sono un impresa privata e i clienti sono la loro linfa vitale. Non ci sarebbe stata ragione alcuna per rifiutare quest'uomo di lignaggio reale e la sua bellissima sposa incinta.

Ad ogni modo, il secondo capitolo di Luca non dice affatto che essi fossero continuamente respinti un posto dopo l'altro. Ci racconta invece della carità di un certo albergatore, forse la prima persona che incontrarono, che dopotutto era pur sempre un uomo d'affari. Il suo albergo era pieno, ma egli offrì loro quello che aveva: la stalla. Non c'è menzione alcuna che l'albergatore abbia messo loro in conto anche una sola monetina di rame anche se, dati i suoi diritti di proprietario, egli avrebbe certamente potuto farlo.

Eppure, noi non conosciamo neppure il suo nome. In duemila anni di celebrazione del Natale, i tributi in suo onore sono completamente assenti. Questo è il destino del mercante per tutta la storia: agire bene, fare il bene, ed essere dimenticato per il suo servizio all'umanità. Ma dà comunque da pensare il fatto che quando il Verbo fu fatto carne con la nascita di Gesù, è stato anche mediante l'opera d'intercessione di un uomo d'affari privato. Senza il suo aiuto, la storia sarebbe stata di sicuro molto differente. La gente si lamenta della “commercializzazione” del Natale, ma è palese che il commercio era lì fin da principio, giocando un ruolo essenziale ed encomiabile.

È evidente che se c'era mancanza di alloggi, questo era un evento eccezionale, emerso a causa di una qualche forma di distorsione del mercato. Dopo tutto, se la mancanza di alloggi fosse stata frequente a Betlemme, gli imprenditori si sarebbero accorti dei potenziali profitti e avrebbero affrontato questo sistematico problema, e costruito nuovi alberghi.

Lew RockwellAndando avanti col racconto, giungiamo ai Tre Re, chiamati anche Gli Uomini Saggi2. Davvero una anomalia storica questo accostamento! Infatti la maggior parte dei re si comportavano come il rappresentante locale dell'Imperatore Romano, Erode. Non solo questi ordinò al popolo di partire dalle loro case per venire a farsi tassare, con le spese di viaggio a loro carico, ma era anche un bugiardo patentato: egli disse agli Uomini Saggi che desiderava trovare Gesù perché potesse anche lui “venire e adorarLo”, quando in realtà voleva solo ucciderLo. Questo ci insegna un'altra lezione: non puoi aspettarti che un politico di professione dica la verità. Era a causa di un decreto governativo che Giuseppe e Maria, come molti altri come loro, si erano messi in viaggio. Sono stati costretti a lasciare la loro casa per timore dei funzionari censori e degli esattori delle tasse. E c'è da considerare pure i costi della faticosa traversata “dalla Galilea, nei dintorni di Nazareth, fino in Giudea, nella Città di Davide”, per non parlare delle mancate opportunità di guadagno che Giuseppe dovette metter in conto per aver dovuto lasciare i suoi affari. Ed ecco un'altra lezione: l'uso di decreti coercitivi da parte dello stato distorce il mercato.

Una volta trovata la Santa Famiglia, quali doni portarono loro gli Uomini Saggi? Non una minestra o dei sandwich, ma “oro, incenso e mirra”. Questi erano tra la merce più rara disponibile nel mondo di allora, e dovevano sicuramente raggiungere un elevato prezzo di mercato.

E la Santa Famiglia non li rigettò ritenendoli regali stravaganti, al contrario, li accettò come doni degni del Divino Messia. Non c'è traccia di registrazioni che suggeriscano che la Santa Famiglia pagò alcuna tassa da Capital Gain su di loro, pur avendo questi doni notevolmente incrementato la loro ricchezza netta. Ulteriore lezione: non c'è nulla di immorale nella ricchezza, ma è qualcosa che deve essere stimato, posseduto privatamente, dato e scambiato.

E quando giunsero all'orecchio degli Uomini Saggi e della Santa Famiglia i piani di Erode di uccidere il neonato Figlio di Dio, forse che si sottomisero al volere del re? Ma niente affatto. Gli Uomini Saggi, essendo appunto saggi, si presero gioco di Erode e “se ne ritornarono per un'altra via”, rischiando le loro vite (In seguito Erode condusse una furiosa caccia verso di loro). Riguardo Giuseppe e Maria, un angelo avvertì Giuseppe di “prendere il bambino e sua madre, e di fuggire in Egitto”. In parole povere, resistettero. Lezione numero quattro: gli angeli sono al fianco di quelli che resistono allo stato.

E qui intravvediamo solo l'inizio di quel ruolo che l'impresa privata e la malvagità del potere dello stato hanno nei racconti dei Vangeli. Gesù prese esempi dal commercio nelle sue parabole (ad es. i lavoratori delle diverse ore, la parabola dei talenti) e rese ben chiaro che egli era venuto a salvare perfino peccatori disprezzati come gli esattori delle tasse.

E proprio come la Sua nascita fu agevolata dal proprietario di un “albergo”, la stessa parola greca “kataluma” è impiegata per descrivere la locazione dell'Ultima Cena prima che Gesù fosse crocifisso dallo stato.

Pertanto l'impresa privata era lì sin dalla Sua nascita, durante la Sua vita, e fino alla Sua morte, offrendo un rifugio di sicurezza e produttività, proprio come succede ancora oggi.


1. La King James Bible che Rockwell cita ha Tassazione, invece di Censimento. 2. La King James Bible ha Wise Men, Uomini Saggi, invece di Re Magi.

Natale

di John M. Asquith Mancano solo pochi giorni a quel molesto — o meraviglioso, a seconda di ciò che si crede e si pratichi — giorno di ...